Giorno del Ricordo: 10 anni di orgoglio fascista
1) Il #Giornodelricordo: dieci anni di medaglificio fascista. Un bilancio agghiacciante (N. Bourbaki)
2) Dopo la revoca della medaglia della Repubblica antifascista al fascista Paride Mori:
* UN
RISULTATO INSUFFICIENTE. Lettera al Direttore della Gazzetta di Parma
* APPELLO ALL’ANPI per l'abrogazione della Legge n.92/2004 istitutiva del
"Giorno del Ricordo"
Vedi anche:
Elenco aggiornato ad aprile 2015 dei premiati per il "giorno del ricordo" (PDF, 324 schede)
http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2015/04/Premiati-aprile-2015.pdf
Le ridicole e fuorvianti motivazioni della revoca della onorificenza al fascista Paride Mori
http://www.radiocora.it/wp-content/uploads/2015/04/giorno-del-ricordo-LOTTI.pdf
Altri link sullo stesso tema:
http://www.diecifebbraio.info/elenco-dei-premiati-per-il-giorno-del-ricordo/
=== 1 ===
http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=20954
Il #Giornodelricordo: dieci anni di medaglificio fascista. Un bilancio agghiacciante.
di Nicoletta Bourbaki (*)
1. Un presidente piccolo piccolo
Quest’anno il Giorno del Ricordo non è passato proprio liscio
liscio.
Prima, la campagna sui falsi fotografici che
abbiamo lanciato su Giap è arrivata sui media mainstream sia
in Italia (L’Espresso) sia in Slovenia (Mladina).
In seguito, la notizia del conferimento dell’onorificenza ai congiunti
del volontario del Battaglione
«Mussolini» Paride Mori ha scoperchiato un vaso di
Pandora. Poche settimane dopo il 10 febbraio, il Corriere ha pubblicato un
articolo a firma di Alessandro Fulloni («Foibe, 300 fascisti di Salò
ricevono la medaglia per il Giorno del Ricordo»), in cui si parla di
ben trecento onorificenze – sulle mille assegnate a partire dal 2005 –
attribuite a militari inquadrati nelle formazioni collaborazioniste della RSI.
A livello nazionale la notizia ha destato un certo scalpore, ma chi ha la
memoria lunga e l’abitudine a guardare oltre il cortile di casa propria,
ricorda bene che già nel 2007 era successo un discreto casino.
All’epoca Napolitano pronunciò un discorso passato alla storia, o perlomeno
alla cronaca. Discorso che, tra le altre cose, conteneva la plateale
manipolazione di un passo dello storico Raoul Pupo:
Pupo: «Il quadro che si offre all’analisi storica è dunque decisamente articolato, perché nei fatti dell’autunno del 1943 sembrano intrecciarsi più logiche: giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e faide paesane, oltre a un disegno di sradicamento del potere italiano – attraverso la decimazione e l’intimidazione della classe dirigente – come precondizione per spianare la via a un contropotere partigiano che si presentasse in primo luogo come vendicatore dei torti, individuali e storici, subiti dai croati dell’Istria.»
Napolitano: «Così, si è scritto, in uno sforzo di analisi più distaccata, che già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia.»
Lo sradicamento del potere italiano diventava tout court sradicamento della presenza italiana; l’Istria diventava l’intera Venezia Giulia; scomparivano il contropotere partigiano e, soprattutto, i torti subiti dai croati.
Dopodiché, Napolitano consegnò la medaglia di acciaio brunito con la scritta «La Repubblica italiana ricorda» al figlio o al nipote di Vincenzo Serrentino, ultimo prefetto di Zara.
Il Presidente croato Stjepan Mesić non
prese bene né il discorso di Napolitano (soprattutto per il revanscismo che
traspariva da un passaggio sul confine del ’47) né l’onorificenza consegnata a
Serrentino.
Infatti, chi è ‘sto Serrentino, che su Wikipedia, fino a
stamane, era catalogato tra le “vittime delle dittature comuniste”?
Durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia, Serrentino fu uno dei tre componenti del Tribunale Straordinario della Dalmazia, un organo “giudiziario” alle dirette dipendenze del Governatore Bastianini, creato a scopo repressivo per terrorizzare la popolazione civile in funzione antipartigiana.
Il tribunale comminò decine di condanne a morte, eseguite seduta stante, dopo processi lampo indiscriminati, basati sul principio della responsabilità collettiva. Per tale motivo Serrentino venne catturato a Trieste dai partigiani jugoslavi nel 1945, processato come criminale di guerra, e fucilato a Sebenico nel 1947.
Non solo: persino la commissione italiana per i crimini di guerra, istituita con lo scopo preciso di insabbiare, insabbiare, insabbiare, nel 1946 inserì Serrentino nella lista dei (pochi) criminali deferiti all’autorità militare.
Ma come, si chiederanno i meno informati, le medaglie non devono andare ai parenti degli “infoibati”? Serrentino non è mica finito in una foiba…
Beata ingenuità. Il termine “foibe”, come scrivono Pupo
& Spazzali in un loro rinomato libro (Foibe, Bruno
Mondadori, Milano 2003), «va accolto, purché si tenga conto del suo significato
simbolico e non letterale». Si usa “foibe” per intendere «le violenze di massa
a danni di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatasi nell’autunno
del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che
nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime.» E anche se a parere
dei due storici «sarebbe più appropriato parlare di “deportati” e “uccisi” per
indicare tutte le vittime della repressione», ormai tutti parlano di “foibe” e
“infoibati”, e quindi pure loro si adeguano.
Anche Gianni Oliva dice che il termine ha «un carattere
simbolico» e il suo uso «va accompagnato dall’avvertenza che buona parte delle
vittime (probabilmente la maggior parte) non è stata eliminata nelle foibe» (Foibe,
Mondadori, Milano 2002).
A questo punto, un lettore attento potrebbe domandarsi:
«Ma se persino gli storici più citati nel dibattito mainstream, quelli ospitati
da Vespa, dicono che le vittime sono alcune migliaia di cui
la maggior parte è morta in altre circostanze,
dove vanno a finire gli italiani gettati “a decine di migliaia” nelle foibe
ancora vivi e legati l’uno all’altro con fil di ferro di cui ho letto su
Facebook e/o sentito dire da Giorgia Meloni?»
Bella domanda, sarebbe bello sentirla fare più spesso. Quando la sentono, i fascisti “sopperiscono” alla mancanza di fonti e di prove… urlando. E qui vale la pena ripescare un epigramma di Beppe Fenoglio:
[LXIV]
A BALBO
Balbo oratore, delle due l’una:
o rinforzi il concetto o indebolisci la voce.
2. Aguzzini nella nebbia
Il caso di Serrentino non è certo stato l’unico prima di Mori. Nonostante la fitta nebbia che circonda l’edificio del GdR (una via di mezzo tra la nebbia di The others di Amenabar e quella di The mist di Stephen King), alcuni storici come Sandi Volk e Milovan Pisarri sono riusciti, negli anni, a recuperare i nomi di decine di “decorati” e hanno scoperto parecchie cose. Tre esempi di decorati:
Luciani Bruno,
riconoscimento ricevuto nel 2007. Dal suo dossier (AJ, fondo 110, busta 231, f.
br. 24206):
«[…] Il giorno 27 novembre 1944 venne arrestata Varich Wilma dagli
agenti Ciarlenco e Luciani, membri della polizia di Collotti, e venne portata
nel carcere in via Bellosguardo. Qui venne interrogata. Venne legata al tavolo,
picchiata e presa a pugni; questo venne fatto dal brigadiere Ciarlenco. Vedendo
i torturatori che non aveva intenzione di dire nulla, cominciarono a bruciarle
le mani, le gambe e le guance con l’elettricità. Dopo un’ora fu portata in
cella. Il giorno successivo fu trasportata nel carcere presso i Gesuiti. Dopo
ottanta giorni fu nuovamente interrogata e torturata nel carcere in via
Cologna, poi trasferita al Coroneo e dopo due mesi fu internata in Germania.»
Privileggi Iginio,
riconoscimento ricevuto nel 2007. Dal suo dossier (AJ, fondo 110, busta 214, f.
br. 21168):
«[…] Il giorno 2 febbraio 1944 arrestarono Pribetić Ivan, che
venne portato in carcere, maltrattato e picchiato; venne picchiato in
particolare dal fascista Privileggi. Lo stresso giorno si recarono a Nova Vasi
e arrestarono Viggintin Petar, che venne portato a Parenzo e ucciso con una
mitragliatrice poco distante dall’abitazione di Mate Vlašić. Nel corso di
questa esecuzione vennero riconosciuti i fascisti Kovačič Mario e
Destilatis Ennio. In quell’occasione diedero fuoco alla casa di Vlašić
Mate, e quando Vlašić Petar tentò di spegnere l’incendio, i fascisti lo
presero e lo portarono al cimitero, dove venne ucciso con una raffica di
mitragliatrice. A quest’esecuzione parteciparono Privileggi Iginio e Ramarro
Luigi. Allo stesso modo uccisero sempre a Nova Vasi Brnobić Ivan e sua
moglie Vitkorija, Orahovac Antun, Jerovac Mate, Radin Gašpare, Sorčič
Bruno (…).
Il criminale sopraindicato è stato liquidato dalle nostre autorità come risulta
dal rapporto della Commissione per i crimini di guerra in Istria numero 389.»
Stefanutti Romeo,
riconoscimento ricevuto nel 2006 e nel 2007. Dal suo dossier (AJ, fondo 110,
busta 230, f. br. 24016):
«I fascisti di diverse guarnigioni, e in particolare di quella di Oprtalj,
commisero nel corso del 1944 nel territorio di Buzet una serie di crimini nei
confronti della pacifica popolazione locale, con lo scopo di annientarla e di
appropriarsi dei loro beni. La Commissione per i crimini di guerra in Istria ha
accertato che in quel periodo critico, il milite Stefanutti Romeo partecipò
personalmente ai crimini di seguito descritti […] Dalla fine del gennaio 1944
fino alla fine del giugno dello stesso anno, nel territorio di Buzet, senza
alcun motivo vennero uccisi i seguenti civili: Grizančić Mate,
Grizančić Andjelo (questi venne portato al cimitero nel paese di
Salež dove gli vennero cavati gli occhi, tagliate le orecchie, mentre il suo
corpo venne martoriato con il coltello; poi fu fucilato), Zonta Miha, Zonta
Antun, una certa Ana di Zrenja il cui cognome non si conosce (venne sgozzata),
Pruhar Ivan, Mušković Antuna (venne ucciso mentre badava ai suoi tacchini,
che vennero poi rubati dai fascisti), Kodelij Antun e Prodan Antun; inoltre,
saccheggiarono e incendiarono 14 abitazioni, mentre arrestarono due persone e
li mandarono nei campi in Germania.»
La lista più completa e aggiornata dei decorati si trova qui (pdf).
Eppure il testo della legge istitutiva del Giorno del Ricordo sembra chiaro:
«Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia.»
Com’è possibile che i militari della RSI, collaborazionisti degli occupatori nazisti, ricevano l’onorificenza? Vuoi vedere che…
3. Salvate il camerata Barbagli
Inopinatamente, una traccia ce la dà l’uomo che si fa chiamare Presbite, che si è più volte dichiarato persona informata dei fatti, in una discussione avvenuta nei meandri di Wikipedia:
«La prima formulazione era già contenuta all’interno del primissimo progetto di legge (quello presentato solo da aennini). La finalità era quella di evitare che si presentasse a chiedere la decorazione uno che era morto mentre combatteva per le formazioni inquadrate nell’EPLJ! E allora hanno messo questa formula “a fisarmonica”, presa paro paro dal primo progetto. In questa maniera è vero che non possono essere premiati quelli – per esempio – delle SS italiane, ma quelli sono già dannati e stradannati e gli ex missini tutto sommato sapevano benissimo che fin lì non potevano spingersi. Loro volevano proprio cercare di “salvare” quelli dalla RSI morti infoibati (quelli in combattimento non possono essere decorati).»
E in effetti, leggendo gli atti del dibattito parlamentare sulla legge istitutiva del Giorno del Ricordo, il punto di maggior contrasto tra coloro che votarono a favore risulta essere stato proprio quello riguardante la possibilità di conferire la decorazione ai repubblichini. Nella sua relazione introduttiva, Roberto Menia disse esplicitamente che si sarebbe dovuto dare un riconoscimento ai volontari del Btg. “Mussolini” e della X Mas. Tale possibilità fu contestata dall’ Ulivo, che però non riuscì a far passare i propri emendamenti. L’ultimo intervento al Senato fu quello di Marcello Basso, che disse:
«[…] intervengo sul provvedimento “Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, perché turbato dalla lettura dei Resoconti pervenutici dalla Camera dei deputati; perché scosso dal fatto che negli interventi dei deputati, ma anche dei senatori, della destra non ci sia alcun riferimento alla guerra di aggressione dell’Italia fascista e della Germania nazista alle popolazioni della Iugoslavia, anche da parte di chi, lo voglio dire, autorevole rappresentante della Lega, andava in tempi assolutamente recenti in pellegrinaggio da Milošević; perché scandalizzato dal fatto che nella relazione al provvedimento l’onorevole Menia citi in positivo l’opera dei reparti della X MAS e del Battaglione bersaglieri Mussolini sul confine orientale; scorato, altresì, dal fatto che non emerga sforzo alcuno per capire il contesto storico che ha originato la grande tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata; preoccupato – anche questo voglio dire – da talune recrudescenze irredentiste. Si parte, magari come fa il senatore Servello, dalla richiesta della restituzione dei beni agli esuli, per poi magari pretendere la restituzione dei territori.»
Oggi sappiamo che i timori espressi da Basso erano più che fondati. Lo sapevamo già allora, a dire il vero. Lo sapevamo fin dal 1996, quando Menia, presentando la sua primissima proposta di legge, disse in aula:
«I partigiani titini, a seguito dell’8 settembre 1943, per circa sessanta giorni infierirono su quanto d’italiano vi era in quella terra della frontiera orientale. Ributtati nelle loro zone di origine dalle armi tedesche e da quelle della Repubblica sociale italiana, tornarono con la fine della guerra e, dal maggio 1945 – padroni incontrastati della situazione – completarono le loro vendette con altri massacri, con altre stragi.»
Ci chiediamo allora perché a suo tempo Basso e altri dubbiosi avessero comunque votato a favore. La risposta probabilmente è: ordine di scuderia. Perché il Giorno del Ricordo è stato il punto d’arrivo di un progetto di lungo corso, di un patteggiamento di Fassino e Violante direttamente con Fini e Menia.
Gli
“ex comunisti” del PDS volevano costruire nientemeno che la “memoria
condivisa”.
I “post fascisti” volevano semplicemente riabilitare i repubblichini.
E’ del tutto evidente che la posizione dei primi fosse perdente, oltre che stupida, sbagliata e incompatibile con i principi dell’antifascismo, e quindi coi fondamenti stessi della Repubblica. La posizione dei secondi invece è del tutto coerente con la storia da cui provengono. Solo l’ottusità – o il cinismo – della classe politica del centrosinistra può spiegare la decisione di svendere in quel modo i principi dell’antifascismo, calpestando il buon senso e qualunque serietà nell’approccio al tema del rapporto storia-memoria: la memoria non è e non può essere condivisa, è un fatto individuale o di gruppo. Solo nei regimi totalitari c’è una memoria condivisa di stato.
Il tentativo di imporre una memoria condivisa ha avuto effetti devastanti su tutta la vita del Paese, a cominciare dal mondo della scuola. Grazie al Giorno del Ricordo, scuole e musei sono obbligati per legge – e da pressioni politiche – a organizzare iniziative con associazioni di esuli come l’ANVGD e l’Unione degli Istriani. In questa intervista al gruppo musicale neofascista La Compagnia dell’anello, il frontman Bortoluzzi racconta che nelle scuole si fanno cantare ai bambini le canzoni revansciste della band:
«Una delle più grosse soddisfazioni rimane però il ricevere le richieste dello spartito di Di là dall’acqua da parte di insegnanti che fanno cantare ai cori delle scuole la nostra canzone.»
Insomma si sono fatti passare come sacerdoti di una verità “di tutti” i detentori di una memoria che fino a pochi anni fa era confinata all’estrema destra.
Ricordiamo che, come non manca di far notare Bortoluzzi, un verso di Di là dall’acqua – «Perché in Dalmazia non ti sembri strano / anche le pietre parlano italiano» – è usato da Simone Cristicchi nel suo spettacolo Magazzino 18.
4. The mist
Ma torniamo alle onorificenze ai repubblichini. Chi ne ha
deciso concretamente l’assegnazione? La legge affida questo compito a una
commissione formata da 10 persone:
– quattro sono militari degli uffici storici degli stati maggiori delle forze
armate (esercito, marina, aeronautica, arma dei carabinieri);
– quattro sono rappresentanti delle associazioni degli esuli;
– uno è nominato dalla presidenza del consiglio;
– uno è nominato dal ministero degli interni.
Pare che sia prassi consolidata che i due membri di nomina politica siano
anch’essi dei militari.
I nomi dei membri della commissione non sono di pubblico dominio. Nemmeno i
nomi dei decorati lo sono. Scartabellando sul sito del Ministero della Difesa,
si possono comunque trovare i nomi dei militari degli uffici storici
(aggiornati al 15-3-2012):
Col. Antonio Zarcone, C.V. Francesco Loriga, Col. Vittorio
Cencini e Col. Paolo Aceto, come si può vedere da qui.
Invece qui scopriamo che
nel 2012 il presidente della commissione era l’Ammiraglio di Squadra Alessandro
Picchio, e qui che il
Gen. Riccardo Basile è stato membro della commissione fino
alla sua morte nel 2014.
Dal sito dell’ ANVGD veniamo
a sapere il nome di uno dei rappresentanti degli esuli: Marino Micich.
Sugli altri nomi nebbia fitta. C’è un’interrogazione parlamentare in corso, a
cui finora non è stata data risposta. Nebbia ancora più fitta avvolge i lavori
di questa commissione e le procedure di conferimento delle insegne. Tutte le
richieste sono state accolte? Come si è deciso quali accogliere? Come sono
avvenute le verifiche?
Inoltre, secondo la legge, le richieste sarebbero dovute arrivare entro dieci
anni dall’entrata in vigore della legge stessa (quindi entro aprile del 2014).
Le insegne e i diplomi consegnati lo scorso febbraio in occasione del Giorno
del Ricordo dovrebbero dunque essere stati gli ultimi. Allora la commissione è
sciolta? E la documentazione, come previsto, è stata già versata all’Archivio
di Stato?
5. Ritorneremo!
La medaglia e la pergamena invece sono questi: http://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2015/04/Mori-Paride-riconoscimento-al-fascista.jpg
Come si può notare, nella pergamena compaiono anche i nomi delle “province perdute”: Pola, Fiume, Zara. È come se un’onorificenza britannica riportasse Dublin, Bombay, Rhodesia. Anche questo aspetto revanscista era ampiamente prevedibile e previsto. Nel 2003 Menia, presentando la sua terza proposta di legge, disse in aula:
«Ci sono pagine, nella storia dei popoli e degli uomini, che grondano di dolore e di ingiustizia. Oltre cinquant’anni fa con il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, reso esecutivo dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 1430 del 1947, si scrisse una di quelle pagine. Essa sancì la mutilazione territoriale delle terre orientali d’Italia e la perdita della gran parte della Venezia Giulia e della Dalmazia […]»
Concetto peraltro ribadito anche da Napolitano nel suo discorso del 2007:
«Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”»
Per uno di quei giochi strani che fa la vita, mentre gli “ex comunisti” del PDS si appiattivano completamente sulla vulgata della propaganda neofascista triestina, elaborata a partire dagli anni Quaranta e sdoganata a livello nazionale a partire dagli anni novanta, per ascoltare qualcosa di ragionevole in quegli anni bisognava rivolgersi a uno storico come Galliano Fogar, partigiano azionista, e senza dubbio oppositore della Jugoslavia di Tito (sottolineatura nostra):
«Non è un caso che il 10 febbraio preso dalla destra come simbolo della tragedia (ma foibe ed esodo sono due cose distinte) è la data della sigla del Trattato di Pace di Parigi. Ma questi signori non spiegano chel’Italia era sul banco degli imputati e che la gran parte dell’Istria e Fiume furono perdute non certo per colpa dei partigiani ma per le precise colpe del fascismo e della sua violenta opera snazionalizzatrice prima e per l’invasione della Jugoslavia poi.»
6. The end
E oggi? Il bilancio, a dieci anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, è agghiacciante. Tra foto farlocche, onorificenze a nazifascisti assortiti, e discorsi ufficiali privi di qualunque fondamento storico, il GdR sembra essere diventato uno dei pilastri dell’identità nazionale italiana, a suggello di un ripugnante “patteggiamento della memoria” tra “ex comunisti” e “post fascisti”. L’epitome perfetta del paese reale.
–
* Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.
=== 2 ===
REVOCA DELLA ONORIFICENZA A PARIDE MORI, UN RISULTATO INSUFFICIENTE
Lettera al Direttore della Gazzetta di Parma
Sulla revoca della medaglia a Paride Mori
Egregio Direttore,
se settant’anni fa avessero vinto i fascisti, gli antifascisti non potrebbero
dire e scrivere liberamente; ma hanno vinto gli antifascisti e così anche i
fascisti possono dire e scrivere liberamente ciò che vogliono. Compreso
sostenere che il fascista parmense Paride Mori è stato una specie di eroe e che
è una vergogna che il Governo pochi giorni fa
abbia fatto – parzialmente in realtà – marcia indietro rispetto
all’attribuzione a Mori il 10 febbraio u.s. dell’onorificenza della Repubblica
come “infoibato” (o assimilato).
Com’è noto, come nessuno storico mette in discussione, all’inizio d’aprile 1941
l’esercito italiano fascista del Re e di Mussolini aggredì, insieme con la
Germania nazista, la Jugoslavia senza che la Jugoslavia avesse fatto alcun male
all’Italia, ne invase e tenne occupati diversi territori, con metodi (secondo
la Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite) feroci e crudeli
non meno di quelli nazisti. Di qui la rivolta popolare contro l’Italia fascista,
lo sviluppo impetuoso del movimento partigiano con le formazioni
repubblicane e comuniste guidate da Tito, impegnate nella più grande guerra
popolare antinazifascista in Europa.
E la guerra fu tale per cui il 1° maggio 1945 Trieste fu liberata dai nazifascisti
– liberata, non occupata – da parte dell’Esecito Popolare di Liberazione
Jugoslavo alleato degli anglo-americani e dei sovietici, così come gli
anglo-americani liberarono – liberarono, non occuparono – la Sicilia, Roma,
ecc.
Dopo l’8 settembre ’43 nell’Italia del Nord i Tedeschi avevano creato lo stato
fantoccio chiamato Repubblica Sociale Italiana (RSI) con a capo Mussolini. I
militari della RSI nelle zone di questo Stato al confine nordorientale con la
Jugoslavia erano sotto il comando diretto della Germania nazista. Fra questi
militari ci fu anche il parmense, volontario, capitano del Battaglione dei
bersaglieri “Mussolini”, Paride Mori. Anche a prescindere dalle circostanze
precise in cui il Mori morì, se in combattimento coi partigiani o no, e a
prescindere dai suoi ideali personali, poichè un conto è la moralità degli
individui e un conto è la moralità delle cause (Bobbio), Mori ha fatto
volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia. E la legge 92/2004 al comma 3
dell’art.3 esclude espressamente che possano avere il riconoscimento della
Repubblica coloro che “facevano volontariamente parte di formazioni non a
servizio dell’Italia“.
Questo è il motivo vero per cui a Paride Mori, fascista
repubblichino volontario combattente sotto il comando della Germania nazista,
non può essere attribuita l’onorificenza della Repubblica nata dalla Resistenza
antifascista. Prima ancora che per il fatto di essere egli caduto in
combattimento coi partigiani anzichè in un agguato come sostenuto da famigliari
e amici. La Presidenza del Consiglio nel revocare la medaglia per Mori ha
addotto il motivo della morte in combattimento anzichè non in combattimento. Ma
la Presidenza del Consiglio dovrebbe addurre innanzitutto l’altro motivo,
quello dell’essere stato, Mori, combattente al servizio della Germania
nazista. Da questo punto di vista ci sarebbero probabilmente tante
altre medaglie, alcune centinaia di medaglie, della Repubblica da revocare come
quella attribuita a Paride Mori nel 2015.
Giovanni Caggiati
Parma, 26 aprile 2015
(pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 4 maggio 2015)
---
APPELLO ALL’ANPI DI FAR PROPRIA LA RICHIESTA DI ABROGAZIONE DELLA LEGGE N.92/2004
Di seguito il volantino distribuito alla festa nazionale dell’ANPI tenuta a Carpi a cavallo tra maggio e giugno 2015, in cui si chiede, dopo la revoca della onorificenza conferita al fascista Paride Mori, la completa abrogazione della Legge 92/2004 (istitutiva del “Giorno del ricordo delle vittime delle foibe”) sulla base della quale vengono conferite le onorificenze agli “infoibati”:
Dopo la revoca della medaglia della Repubblica antifascista al fascista Paride Mori
ABROGAZIONE DELLA LEGGE SULLE FOIBE IN BASE ALLA QUALE SONO STATE DATE LE MEDAGLIE AI FASCISTI
Il 10 febbraio 2015 a Roma su iniziativa della Presidenza del Consiglio e d’intesa con la Presidenza della Camera e la Presidenza della Repubblica è stata conferita una medaglia al merito «in riconoscimento del sacrificio offerto alla Patria» al parmense Paride Mori in quanto vittima delle foibe.
Ma Paride Mori non morì nelle foibe per mano dei partigiani jugoslavi di Tito, Mori fu ucciso dai partigiani in provincia di Gorizia il 18 febbraio 1944.
Mori fu un convinto fascista aderente alla Repubblica Sociale Italiana (RSI) – lo stato fantoccio con a capo Mussolini e avente capitale Salò creato nel Nord Italia dai Tedeschi dopo l’8 settembre ’43 – che si arruolò volontario nel Battaglione Bersaglieri «Mussolini» operante nelle zone del confine nordorientale e con tale reparto combattè col grado di capitano. Come tutti i militari della RSI delle zone nordorientali confinanti con la Jugoslavia, anche il reparto di Mori era sotto il comando diretto dei Tedeschi della Germania nazista.
La Legge statale 92/2004 istitutiva del «Giorno del ricordo delle vittime delle foibe» contempla medaglie della Repubblica ai morti delle foibe e assimilati, non però a coloro che «facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia». Questo dovrebbe essere il motivo principale per cui a Paride Mori non poteva essere attribuita l’onorificenza della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
Da questo punto di vista ci sono tante altre medaglie della Repubblica attribuite gli anni scorsi a fascisti come Paride Mori (circa trecento secondo gli studi storici e l’esame caso per caso fatti dagli storici Claudia Cernigoi e Sandi Volk) da revocare.
La Presidenza del Consiglio alla vigilia del 25 aprile settantesimo anniversario della Liberazione ha revocato la medaglia a Mori adducendo il motivo della morte in combattimento anziché non in combattimento, anziché in un agguato come sostenuto da famigliari e amici di Mori.
Per altro, l’agguato, l’attentato, era una modalità della guerriglia partigiana. La medaglia allora dovrebbe spettare a tutti i morti per attentato?
Come dovrebbe spettare anche a tutti coloro che sono assimilati ai morti delle foibe? che per legge sono i morti, oltre che per attentato, per annegamento, fucilazione, ecc., fino a quelli per deportazione e prigionia nei campi jugoslavi entro l’anno 1950.
Questo in realtà è previsto dalla legge 92/2004 sulle foibe, la legge in base alla quale dal 2005 ogni 10 febbraio presso la Presidenza della Repubblica è dato ai congiunti il riconoscimento, la medaglia, di vittima delle foibe o assimilato. Una legge che ha istituito per il 10 febbraio un giorno di solennità civile nazionale, una legge che ricorda i morti delle foibe in termini celebrativi senza considerare che la gran parte di essi sono stati militari, funzionari, capi fascisti, collaborazionisti, dell’Italia fascista occupante la Jugoslavia, una legge con la quale hanno ricevuto il riconoscimento della Repubblica anche veri e propri criminali fascisti, che ha portato a intitolare vie e strade col nome addirittura di “martiri” delle foibe, per la quale nelle scuole sono possibili ricostruzioni storiche parziali da parte di esponenti delle associazioni degli esuli d’Istria e Dalmazia.
E nonostante questo a dieci anni dall’entrata in vigore della legge le medaglie concesse e consegnate con relativo diploma sono state 838 (pur nell’accezione molto ampia del termine “infoibato”), un numero assai inferiore al numero di decine di migliaia di “infoibati” spacciato dai sostenitori della legge (in primis esponenti dell’ex partito fascista MSI). A testimonianza che il fine principale della legge non è quello di rendere giustizia a vittime innocenti quanto quello di riscrivere la storia. Presentando i fascisti italiani come vittime e i partigiani jugoslavi come carnefici senza nulla aggiungere del contesto storico, dell’aggressione militare italiana della Jugoslavia dell’aprile ‘41, della politica fascista precedente di italianizzazione forzata nelle zone del confine nordorientale abitate anche da sloveni e croati, si tende a far passare l’Italia fascista come aggredito e la Jugoslavia come aggressore. Rovesciamento della realtà storica del tutto inaccettabile!
chiediamo all’ANPI di far propria la richiesta di abrogazione della legge 92/2004
COMITATO ANTIFASCISTA ANTIMPERIALISTA E PER LA MEMORIA STORICA – PARMA
stampato in proprio Parma 28/5/2015
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